Il Dôjô


Dovunque si può praticare con profitto l’aikidô. Luoghi molto favorevoli sono quelli ritagliati nella natura più o meno incontaminata: rive di laghi, greti di fiumi, arenili marini, prati, boschi, colline, montagne. Ueshiba Morihei, il fondatore dell’aikidô, si ritirava di tanto in tanto a far pratica in una fattoria lontano da Tôkyô. Qualsiasi momento poi è quello buono, in quanto ogni attività quotidiana eseguita con la dovuta attenzione di certo appartiene alla sfera dell’aikidô. Tant’è che uno dei grandi allievi del fondatore, il maestro Shioda Gôzô , considerava fruttuoso allenamento il camminare con passo celere in strade affollate per recarsi alla pratica quotidiana dell’aikidô, evitando però con accurata sicurezza qualsiasi contatto fisico con i passanti.

Ma al termine di una giornata operosa e spesso ingannevole si va nello spazio perfetto in cui praticare l’aikidô, si va nel dôjô. Con questo nome il buddismo zen indica la parte del monastero dove si svolgono gli esercizi religiosi, ed il cui corrispondente sanscrito vale cerchio del risveglio, cioè ritiro utile per raggiungere quell’apice spirituale paragonato a volte ad una minacciosa spada sguainata. Per questo -ma non solo- nel dôjô si entra con cuore riverente salutando con un inchino l’immagine del fondatore appesa ad una delle pareti. Si tratta di un gesto di rispetto che favorisce l’istaurarsi di una mentalità ricettiva, lucidamente voluta, che sottrae il praticante ai richiami del mondo permettendogli così di concentrarsi su un proposito smisurato e quasi irraggiungibile: riconquistare la mentalità dell’antico guerriero e scoprire la verità nascosta nelle discipline marziali. E’ questa un’esperienza ineffabile che però nel suo procedere può essere in parte e debolmente descritta con alcune parole della tradizione buddista: ‘con animo saldo, purificato, terso, lucido, schiarito di scorie, malleabile, duttile, egli (l’asceta, il guerriero) si volge alla produzione di un corpo …. munito di forma, ma ipersensibile, fatto di mente’. Come la cima di una montagna, questa verità da conquistare, che in linea di principio è accessibile a tutti, viene raggiunta e realizzata solo da quei pochi che sono disposti a pagarne il prezzo in termini di autodisciplina, perseveranza e rischio; e per di più non tutti vi arrivano simultaneamente, giacché ci sono quelli che non ne sentono l’urgenza, e quelli la cui volontà vacilla presi continuamente dal dubbio se la cerca valga i sacrifici richiesti. Ciò sta a significare che i limiti per praticare l’aikidô dentro e fuori il dôjô non sono fisici, e che quindi tutti -uomini e donne, vecchi e giovani- possono cimentarsi con questa disciplina marziale.

Una volta dentro il dôjô non si parla, non si scherza, non ci si distrae, ma tutta l’attenzione di cui si è capaci viene intensamente rivolta all’arduo apprendimento delle tecniche ed all’uso di esercizi tesi a fortificare e disciplinare l’immaginazione. Ci si adopera con pazienza e senza riposo per sfuggire alla pigrizia delle abitudini del corpo e della psiche, e per forgiare una sorta di sovrana indifferenza che permetta ad ogni germe di insegnamento di crescere e di offrire alla mente il suo frutto. Ci si immerge in un mondo dominato da una consapevolezza quieta, silenziosa, impersonale, esente da interessi, in ogni caso opposta a quella del vivere quotidiano. Ci si allena in modo disteso, con piacere, diletto, gioia. E’ dunque evidente che il dôjô non ha nulla a che vedere con la palestra sportiva, dove si rivangano e si rimestano carichi di compiacimento, di competitive ambizioni e di febbrili passioni.

Per continuare fino in fondo a nutrire la mente di alti pensieri e per scacciare allo stesso tempo ogni inutile rimuginìo, al termine della laboriosa serata di allenamenti il dôjô viene pulito con somma cura da tutti i presenti. E’ questa un’attività che per via simbolica ricorda ad ogni praticante il dovere di purificare la propria mente, e che lo sollecita ad agire con risolutezza come fece Ercole quando ripulì le stalle del re Augia dalle montagne di sporcizia e di escrementi che vi si erano accumulate in trent’anni di totale abbandono. Necessario lavoro, che ciascuno deve compiere per poter realizzare il dôjô interiore: il vero dôjô, dove si apprende un raccoglimento tale che, ‘di fronte a questo mondo, egli (l’asceta, il guerriero) è senza percezione del mondo … pur possedendo la percezione’, e dove si percorre una ‘via che è difficile da seguire quanto quella degli uccelli nell’aria’.