Jôdô

Il jôdô è la via spirituale (do) centrata sull'uso esperto di un bastone (jo), ma allo stesso tempo è anche una potente ed efficace arte marziale che fin dal lontano passato rappresenta una sorta di impenetrabilità all'altrui violenza; da un punto di vista storico, il jôdô affonda le sue radici in tutte quelle scuole di discipline marziali che opponevano un'arma dall'apparenza modesta (un bastone, appunto) ad una molteplicità di aggressivi strumenti d'offesa e specialmente a quello che un tempo appariva come il più minaccioso tra tutti, la spada.

Un bastone, s'è detto. Con queste caratteristiche: fatto di legno di quercia (perciò ben resistente, di sobria flessibilità e leggero), rotondo, dritto, con le estremità piatte, lungo 128 cm e spesso 2,4 cm. Non avendo dunque parti taglienti né capi acuminati, un tal bastone può operare come arma solo esercitando un urto possente che picchia bruscamente e con elevata precisione un conveniente bersaglio scelto sul corpo dell'avversario (plesso solare, sommità del cranio, radice del naso, lati della testa o del tronco, ed altro): quando colpisce con una delle sue piatte estremità, il bastone percorre traiettorie lineari come fosse una lunga baionetta (yari), senza però penetrare nel bersaglio; ma può anche spazzar via l'avversario o, meglio, infliggergli gagliarde percosse di lato, quasi si trattasse di un'alabarda (naginata); molto spesso poi si abbatte dall'alto o sale impetuosamente dal basso al modo di una spada (tachi). Nel jôdô dunque l'uso aggressivo del bastone sembra riassumere le modalità d'attacco di tre classiche armi molto diffuse nell'antico Giappone (yari, naginata, tachi), un indizio questo della sua vasta duttilità di impiego come strumento d'offesa. Ma l'uso del bastone nel jôdô non si limita a questi atti ostili; infatti comprende anche e soprattutto parate, bloccaggi, coperture, deviazioni, spinte, minacce: vale a dire, copiose e svariate misure difensive ed evasive da precisi e mirati attacchi. In conclusione, il bastone è un'arma da impatto o, come suol dirsi, da botta: un'arma che nelle mani di un esperto dismette la sua mediocre esteriorità, acquistando un travolgente impeto che deflette con facilità un colpo di spada o che, con una botta ben assestata, riduce in pezzi una lama metallica; ma è pure una terribile arma che può diventare messaggera del tremendo e del raccapricciante, in quanto può anche uccidere.

Seppur non manchino colpi veementi condotti al meglio con una sola mano, nel jôdô il bastone è governato per lo più con le due mani che rapidamente scorrono per l'intera sua lunghezza, mantenendo una stretta leggera e muscoli rilassati; e sono presenti anche veloci passaggi dalla presa con due mani a quella con una sola e viceversa, a cominciare sia dalla parte destra che dalla parte sinistra del corpo. E' col sommarsi di tutte queste possibilità di movimento che le tecniche del jôdô diventano ammirevolmente varie vigorose ed efficaci, in quanto le azioni che prendono le mosse da destra possono trascorrere -senza interruzione alcuna ed anzi come avvolte in un flusso continuo di energia- in atti protettivi o irruenti svolti da sinistra (e viceversa), quasi a raddoppiare la capacità difensiva del bastone e ad accrescere la sua potenza d'attacco. A seconda poi del punto in cui viene afferrato il bastone, varia la distanza (ma-ai) di combattimento: che può essere breve così da permettere d'avvicinarsi il più possibile all'avversario per colpirlo con facilità e potenza; o lunga, per tenerlo a bada.

Ma il jôdô è più che questo. La rappresentazione non è completa se a quanto detto non si aggiunge un suo principio fondante ma nascosto (che sembra condividere con l'aikido) e che può essere racchiuso in una parola: astensione o, forse meglio, rinuncia; rinuncia alla prevaricazione ed alla volontà di potenza. Infatti, pur applicando con verità il jôdô, è sempre possibile sconfiggere un avversario senza ucciderlo o senza procurargli gravi danni fisici: basta modulare l'energia dell'urto in modo da non rendere letale l'impatto o, in alternativa, dirigere i colpi del bastone verso bersagli non troppo sensibili; una tattica questa che ovviamente non può valere per le armi taglienti, come la spada o il pugnale. E' forse questa qualità che ha permesso al jôdô di conservare la sua totale ed originale efficacia come disciplina da combattimento anche in un tempo -quello d'oggigiorno- in cui un tale pregio è andato sostanzialmente diluendosi per quasi tutte le arti marziali, a motivo della spoliazione che hanno di necessità subito: quella del loro sbocco naturale in un campo di battaglia, in luoghi malfamati o, più semplicemente, nella quotidiana strada.

Ma come si apprende l'uso del bastone nel jôdô? Il metodo d'allenamento è imperniato sulla incessante ripetizione di esercizi precostituiti (kata), ciascuno dei quali ingloba una singola tattica di combattimento contro un avversario armato di una spada di legno (bokuto): si tratta sempre di evadere da un attacco (mirato ad una parte sensibile del corpo, come può essere la sommità della testa) e, secondariamente, di portare un'azione di ritorsione col bastone. Attanagliato nella ripetizione dei kata, il praticante di jôdô guadagna un'esperienza formidabile che gli permette di acquisire gli elementi essenziali di un vero combattimento: l'inflessibile e cadenzato ritmo per evadere dall'attacco o per infliggere una botta decisiva; la traiettoria impeccabile dei colpi per ridurre sotto controllo l'avversario; la distanza ottimale per colpire l'avversario (mettendo a buon frutto pure la maggiore lunghezza del bastone rispetto alla spada); la lucida presenza a se stessi che, tra l'altro, infonde la fiducia di poter fare a meno del bastone (e questo vale ovviamente quando il bastone è ormai percepito come un'estensione del proprio corpo e non più come una mera appendice delle braccia).

Il jôdô è coltivato senza speciali equipaggiamenti di protezione per meglio instillare nella mente del praticante coraggio, prudenza e controllo; ma specialmente attenzione. Mai distrarsi durante la pratica e sempre sottrarsi alla pigrizia dell'abitudine che la ripetizione dei kata può facilmente indurre: la mente deve essere totalmente concentrata sul qui ed ora, come se si fosse impegnati in un vero e proprio combattimento per la vita o per la morte. E' solo così che col tempo si riesce a padroneggiare pienamente i kata: non solo cioè nel loro aspetto formale, ma anche e soprattutto nel loro spirito, raggiungendo in tal modo quel livello di perizia necessario per affrontare pure scontri reali. Per rivestire di insistente realismo tutti i kata, non è richiesta un'immaginazione passionale, ma un'attenzione fervente ed irremovibile. Com'è noto, nella nostra mente c'è qualcosa che rifugge dalla vera attenzione (quella stessa che cerca di plasmare lo zazen) molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica: nell'attenzione infatti si opera uno spogliamento del proprio misero io che -quando è calato totalmente nell'evento del combattimento (mimato in un kata o reale, che sia)- scompare. Nel momento in cui ciò si realizza, il praticante di jôdô può stare certo che sta percorrendo la Via del bastone.

Per chi inizia lo studio di questa arte marziale, l'insegnamento si basa su un repertorio che raggruppa dodici kata, scelti (da una commissione giapponese appositamente nominata e che ha terminato i suoi lavori nel 1968) come i più rappresentativi tra i sessantaquattro propri della scuola più antica di jôdô (shinto muso ryu), sorta circa quattrocento anni fa.