Hôjô

Hôjô (espressione giapponese che può essere volta in italiano con esercizio rigorosamente codificato) è da sempre parte essenziale del programma di allenamento dell'antica e famosa scuola di spada nota col nome di Jikishinkage. Quella dello Hôjô è una pratica centrata su sequenze di colpi (kata) scambiati con una pesante spada di legno tra un praticante che opera come chi è dotato di notevole esperienza marziale, e detto perciò padre (uchidachi), ed uno che agisce con giovanile irruenza e per questo chiamato figlio (shidachi).
Durante l'incontro/scontro, molto formalizzato in ogni suo aspetto, padre e figlio si muovono seguendo linee d'attacco o di difesa estremamente semplici e per lo più rette, mantenendo perfettamente paralleli e ben aderenti al suolo i piedi (e dunque in condizioni di non facile equilibrio e stabilità), accompagnando gli spostamenti o con fendenti che si abbattono lungo traiettorie verticali oppure oblique o con aggressive minacce portate con la punta della spada al volto dell'avversario.

I decisi tagli operati dalla spada e gli energici spostamenti eseguiti dal corpo presentano le caratteristiche di essenzialità ed asprezza che ci si attende da una antica disciplina marziale. Questa assenza di ogni pur minimo gesto non strettamente necessario favorisce una intensa concentrazione mentale che deve rimanere salda ed irremovibile all'interno di un'attività respiratoria altamente ricercata, priva di naturalezza. Il respiro -lentissimo o molto veloce ma pur sempre calmo e profondo- è strettamente vincolato agli spostamenti del corpo, mentre i colpi di spada -eleganti anche se minacciosi- sono sottolineati da grida esplosive (kiai). Esistono quattro ritmi, tra loro molto diversi, che scandiscono l'esecuzione delle quattro sequenze di colpi presenti nello Hôjô, e che vengono chiamati con i nomi delle stagioni (primavera, estate, autunno, inverno).

Il ritmo fisico del respiro richiede sempre e per tutti uno sforzo molto impegnativo, e finisce con l'essere il veicolo di un ritmo mentale in grado di spostare la coscienza del praticante verso strati sempre più profondi della corporeità: in tal modo si acquisisce pazienza e sopportazione verso le condizioni psicofisiche più estreme e ci si prepara a non provare ombra d'ostilità e tanto meno di paura nei riguardi di un oppositore minaccioso che ci fronteggi.